Che cosa cerchiamo in un libro? La domanda è abbastanza semplice: cerchiamo un po’ di tutto, ma in maniera essenziale, che possa essere letto.
Quando si scrive un libro la cosa più bella è da un lato scriverlo ma anche sapere che qualcuno lo leggerà. L’atto di scrivere qualcosa, di qualunque cosa si tratti, è infatti un gesto legato alla comunicazione. Chi scrive può farlo sia per riorganizzare le sue esperienze in categorie significative, al pari dunque del linguaggio, per consentire così una rielaborazione del proprio pensiero, ma anche per trasmettere una qualunque informazione, ovvero la diffusione dei concetti che vengono elaborati.
Questo discorso tende dunque a sfatare una delle accuse principali che vengono rivolte a chi scrive dei testi, cioè che il suo ego è preponderante, invasivo e pretende di essere preso in considerazione a ogni costo. Appare invece una cosa più che ovvia scrivere perché qualcuno legga e non esiste alcun aspetto negativo in questo. Si scrive perché ci sarà qualcuno che potrà leggere. Lo scrittore non è quindi un egocentrico che pretende di essere al centro del mondo. Nel momento in cui scrive l’azione stessa della scrittura può essere completata soltanto dalla finalità ultima per cui si è deciso di scrivere, ovvero dalla lettura.
Si dirà che al giorno d’oggi tutti scrivono. E nel passato invece? Se non si scriveva era soltanto perché non vi era la necessaria alfabetizzazione delle masse e la scrittura rimaneva relegata, al pari della cultura, in posizioni elitarie. Se oggi tutti scrivono è perché molte più persone sono capaci di farlo.
Ma non tutti scrivono bene, sostengono i critici, non tutto ciò che viene scritto merita di essere pubblicato e diffuso.
I criteri per cui qualcosa che viene scritto non merita di essere pubblicato non possono però risiedere in una selezione sempre elitaria effettuata da pochi. Se ciò che viene scritto non merita la diffusione è soltanto la capacità stessa di diffusione effettuata dalle masse che può stabilirlo. Tutto quello che viene scritto va pubblicato, in un modo o nell’altro va reso pubblico e nessuna selezione preventiva può stabilire se sia o meno valido, perché tale selezione assumerebbe il ruolo di una censura. Ciò che viaggerà da solo, che comunque si diffonderà, andrà anche stampato, ma niente e nessuno deve mai impedire a chiunque di scrivere. Come niente e nessuno deve criticare chi scrive apostrofandolo di egocentrismo. C’è maggiore egocentrismo nella censura e nel giudizio critico che non nella produzione di un contenuto, di qualunque contenuto si tratti.