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Crisi economica, istruzioni per l'uso...

Se metti tre persone su di un’isola deserta probabilmente all’inizio cercheranno di ammazzarsi tra di loro. Poi, dopo un poco, capiranno che per sopravvivere è meglio cooperare. Diciamo che alla fine si organizzano e cominciano ad inventarsi dei ruoli. Uno che ha un’idea buona per costruire qualcosa, di qualunque cosa si tratti non ha molta importanza, decide di fare l’imprenditore e, per forza di cose, non può che assumere gli altri due visto che ci sono solo loro.
In poche righe (è un record, mi rendo conto…) abbiamo dunque ripercorso tutte le tappe fondamentali della nostra civiltà: dalle popolazioni tribali che si ammazzavano per sopravvivere all’organizzazione sociale ed economica.
L’imprenditore paga uno stipendio agli altri due che così hanno soldi per comprare quanto viene prodotto e dare vita al ciclo economico. Ma cosa succede se l’imprenditore decide di non  pagare più lo stipendio a quelli che lavorano per lui ?

Gli altri due si moriranno di fame, questo è certo. E prima o poi lasceranno l’imprenditore troppo furbo per mettersi a cercare il cibo da soli. Ma anche l’imprenditore non se la passerà meglio perché se nessuno può comprare quello che lui produce anche lui dovrà abbandonare la sua attività imprenditoriale e mettersi a cercare il cibo da solo. In breve praticamente avremo tre persone che saranno tutte imprenditori di loro stessi. E, molto probabilmente, torneranno ad ammazzarsi tra di loro.

Questa diciamo piccola “parabola” serve soltanto ad esplicare come in una società moderna dove tutte le attività sono settoriali e nessuno è più in grado di essere autosufficiente vivendo dei soli prodotti del suo piccolo orticello, la retribuzione del lavoro è una cosa fondamentale. Perché se non si paga chi lavora non si produce reddito e nessuno ha soldi per riacquistare tutto ciò che viene prodotto. Si torna in pratica alla schiavitù dove il lavoro umano non era retribuito e lo si otteneva con la forza e la costrizione. E la schiavitù in una società complessa come la nostra non ha più ragione di esistere proprio perché se chi lavora non viene retribuito tutto il ciclo dei consumi si ferma.

Oggi con la globalizzazione l’effetto principale è proprio questo ovvero c’e’ un progressivo abbassamento dei salari. Si produce dove la forza lavoro è più abbondante e dove costa meno. Peccato però che se poi il prodotto lo voglio rivendere in un territorio dove la gente non fa più figli e sono tutti disoccupati, l’effetto finale è quantomeno catastrofico. O in altri termini genera quella che appunto noi chiamiamo crisi. Ovvero un mondo dove la produttività cresce sempre ma il benessere si abbassa sempre di più. Perché il ciclo economico è stato spezzato, frantumato nella sua regola fondamentale.
Ma oltre alla globalizzazione si può fare ancora di più per affossare definitivamente il ciclo economico. Si può ad esempio rendere il lavoro precario in modo che nessuno avrà nemmeno più accesso al credito o quantomeno il credito stesso, se concesso con troppa facilità, scoppierà come una bolla di sapone. E così oltre alla crisi economica ci sarà anche quella finanziaria.

E, ciliegina finale sulla torta, ricordiamoci che stiamo vivendo comunque un’epoca di profonda trasformazione da economia industriale ad economia di servizi. Quasi come appunto all’inizio del secolo scorso ci fu la trasformazione da economia agricola ad economia industriale. Tutto questo basta dunque a generare la crisi, ad impoverire la gente.

Certo non è facile escogitare la soluzione geniale che metta tutto a posto con un colpo di bacchetta magica. E magari lo fosse visto che appunto non siamo soltanto tre persone su di un’isola deserta ma qualche miliardo di individui.

Però qualcosa nel nostro piccolo lo si può fare.

Si può ad esempio ridurre la precarietà, non a parole ma con i fatti. Ovvero eliminare quelle leggi assurde che non hanno portato a nulla visto che le imprese comunque delocalizzano lo stesso se gli conviene e quelle che decidono di investire sul nostro territorio se utilizzano solo lavoro precario ben poco portano allo scopo finale di garantire una più giusta ed equa redistribuzione del reddito.

Ma si sa ognuno continua a guardare nel suo piccolo orto. E se un ministro prende uno stipendio che è 10 volte maggiore di quello di un operaio cosa vuoi che gli importi della crisi ? Il ministro infatti la crisi la sente poco. L’operaio o il precario invece la sente di più. Ma l’operaio ed il precario hanno sempre in tasca l’arma del voto. Ed il ministro potrebbero sempre mandarlo a casa o renderlo un disoccupato. E chissà che allora, se anche i ministri cominceranno ad essere disoccupati e precari, magari si daranno un mossa e forse qualche cosa di concreto cominceranno a farla.

E se non cominceranno loro ricordiamoci infine che la politica, come è scritto nella Costituzione, possiamo farla anche noi in prima persona. Evitando di farci guidare da chi fino ad oggi ha sempre mostrato di pensare molto ai fatti suoi e ben poco ai fatti della gente.

Ecco dunque le istruzioni migliori per sfruttare al meglio la crisi economica che stiamo attraversando. Crisi vuol dire anche cambiamento ?
Ed allora cambiamo una volta per tutte questa classe dirigente che della crisi in parte ne è stata responsabile. Voltiamo finalmente pagina e guardiamo soltanto avanti. Mandiamo a casa e rendiamo precari, con l'arma del voto, chi ha voluto che fossimo tutti quanti precari. Cancelliamo una volta per tutte quei partiti, siano essi di destra di sinistra o di centro, che continuano a mangiare a sbafo sulle nostre spalle.

Ed avremo già fatto, in questo modo, un piccolo ma significativo passo in avanti per superare la crisi.
 

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