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L'aspetto complessivo delle cose

Se osserviamo una mappa del nostro pianeta che raffigura tutte le linee sulle quali viaggiano le informazioni di internet c’e’ da rabbrividire. Ciò che appare infatti e’ una sterminata e fittissima rete di connessioni che avvolge indiscriminatamente l’intero globo terrestre.
Ma quello che colpisce ancor di più, come hanno fatto notare in tanti, e’ l’estrema rassomiglianza di quest’immensa ragnatela con un grafico che mostra invece le connessioni presenti in un cervello umano. Due schemi incredibilmente simili se osservati nel loro insieme. Quasi come se l’intelligenza dell’uomo tendesse, anche in maniera inconsapevole, a riprodurre se stessa su più vasta scala.
Una freccia evolutiva che appare protesa verso un’organizzazione della materia sempre più acuta, raffinata e per certi versi anche perfetta. (...)

Siamo ancora molto lontani, questo è innegabile, dall’aver compreso appieno o replicato la grandezza della natura. Nessuno ci dice poi che il nostro mondo non sia orientato semplicemente dal caso che potrebbe essere la spiegazione più semplice e per certi versi anche comoda. Anzi, questa è una delle direzioni principali verso cui si muove oggi la scienza abbandonando il rigido determinismo del passato. E se guardiamo nei particolari, questo probabilmente è anche più giusto.

Ma se osserviamo però l’aspetto complessivo di tutto ciò che ci circonda questa freccia evolutiva, nel suo insieme, non sembra affatto casuale ma protesa invece verso una continua replica di se stessa, una replica sempre più sofisticata di quella precedente. E la stessa evoluzione sembra essere guidata da un’armonia, profonda e nascosta, che si manifesta prima di tutto proprio dentro di noi, dentro la nostra consapevolezza di esistere.

Chi può cercare di capire il mondo che lo ospita non può essere infatti soltanto uno scherzo del destino, un evento accidentale.

Leggo allora gli ultimi fatti di cronaca, gli avvenimenti politici ed ascolto i telegiornali. Certo a sentire quello che accade in giro è davvero difficile credere che esista armonia intorno e dentro di noi. E’ davvero difficile credere che stiamo andando verso un mondo sempre migliore.

Eppure il pessimismo imperante che la realtà ti impone di avere non può essere l’unica chiave di lettura.

Guardando appunto i particolari, le cose strettamente pratiche e contingenti allora si, è davvero molto duro andare avanti proprio per come siamo fatti noi uomini e per come è fatto il mondo che ci circonda. Che non appare proteso verso nessuno scopo precostituito e con nessuna logica razionale.
Ma se lo sguardo invece si innalza e cerca di osservare dall’alto ogni cosa allora appunto compare una visione diversa, molto più positiva. Compare la visione di una umanità che comunque è protesa verso il futuro, verso il progresso. Una umanità che in parte riesce a replicare se stessa, la sua intelligenza e la sua consapevolezza di esistere generando strutture sempre più complesse ed organizzate di quanto non lo sia la stessa natura che ha generato noi

Di sicuro il cammino è ancora molto lungo da percorrere. Sia dal punto di vista scientifico che sociale. Specialmente in un mondo che sappiamo bene non riesce ancora a garantire una vita decorosa alla maggioranza dei suoi occupanti. In un mondo dove l’economia e lo sfruttamento delle risorse genera ingiustizie, disuguaglianze. Dove esistono ancora popolazioni i cui bambini muoiono di fame e dove la ricchezza mondiale è nelle mani soltanto di una piccolissima parte dell’intera popolazione.

Ma è proprio l'uomo, il suo percorso che appare proteso verso una sempre maggiore complessità del suo insieme che ha in mano la chiave di tutto. La tecnologia ad esempio. Il buon uso della tecnologia che non è come si crede il declino dell’umanità bensì la sua salvezza. Perché la tecnologia in fin dei conti è lo strumento principale con cui si applica l’intelligenza di cui disponiamo e se questa intelligenza è davvero matura lo saranno anche i suoi strumenti e le sue applicazioni. In altre parole una società tecnologica potrebbe collassare su se stessa non per la tecnologia ma per il cattivo uso che se ne fa. E questo vale per tutte le scienze e per tutte le applicazioni pratiche del nostro pensiero.

E' questa visione più ampia dunque che riesce ad alleggerirmi ogni giorno il peso della quotidianità. La consapevolezza appunto che il cammino evolutivo della nostra civiltà contiene alti traguardi che sono alla nostra portata. E che l’uomo, nonostante tutto, è comunque proteso verso illimitati orizzonti.  

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Le giuste opportunità

Ogni tanto, in qualche parte del mondo, nasce qualcuno che è molto portato per fare qualcosa in particolare. Chi ad esempio è portato per il disegno o per la pittura, chi per la scrittura o la musica, chi invece per le scienze.
Se la parte del mondo dove nascono queste persone è un luogo densamente abitato, con scuole, servizi, uffici, ovvero si tratta ad esempio di una grande città, allora è anche molto probabile che questi talenti verranno valorizzati. Se invece un individuo dotato di talento nasce in un posto sperduto del mondo, dimenticato da Dio e dagli uomini, allora il discorso cambia.
E di posti dimenticati da Dio e dagli uomini sappiamo bene che ne esistono ancora tanti. (...)

Si pensi ad esempio ad un ragazzo magari dotato di una forte intelligenza matematica. Se nasce in una famiglia della media borghesia londinese potrà frequentare regolarmente le scuole e laurearsi in una delle più prestigiose università del mondo come ad esempio Oxford.
Per lui si schiuderanno le porte di una brillante carriera universitaria e magari il suo lavoro come fisico teorico porterà a nuove scoperte che aiuteranno la scienza a comprendere meglio il mondo che ci circonda. Se lo stesso ragazzo fosse nato invece da una famiglia di pastori nomadi dell'Afghanistan è molto probabile che il suo futuro sarebbe già stato segnato sin dalla nascita.
E piuttosto che trovarsi dietro ad una cattedra di Oxford, tranne casi davvero eccezionali, la sua vita sarebbe trascorsa interamente a far di conto in maniera decisamente diversa dalle equazioni che risolve uno scienziato.
Sarebbe infatti trascorsa a contare i papaveri da oppio che vengono seminati nei campi...

Questo riporta alla mente un fatto accaduto alcuni anni fa in India. Un ragazzo nato in uno sperduto villaggio di un'ancor più sperduta regione di quell'immenso paese, mostrò un'abilità per la matematica a dir poco eccezionale. Egli riusciva a tracciare con un semplice bastone sul terreno equazioni e teoremi complessi dei quali forniva la dimostrazione senza saltare alcun passaggio. E la sua tecnica matematica era inoltre elegante e concisa quasi avesse studiato e perfezionato la sua preparazione in chissà quale grande università.
Niente di strano si potrebbe obiettare, ovvero il caso di un ragazzo prodigio come a volte succede anche in altre parti del mondo. Ma nel luogo dove era nato quel ragazzo non solo non c'erano università o scuole di specializzazione. Non c'erano infatti nemmeno le scuole primarie così come le intendiamo noi e quasi tutti gli abitanti di quel villaggio erano analfabeti.

La storia di quel ragazzo non ebbe affatto un lieto fine.

Notato da alcuni stranieri di passaggio, il suo caso fu subito segnalato alle autorità centrali. Dopo alterne vicende una fondazione privata inglese si offrì per mettere a disposizione una somma e consentire così al ragazzo di trasferirsi in Europa e continuare i suoi studi. Ma il destino volle che il ragazzo morì pochi anni dopo il suo trasferimento in Europa. Forse perché già malato o anche perché il forte stress subito dopo aver cambiato totalmente ambiente e stile di vita influì negativamente sulle sue condizioni psico-fisiche. Fu in definitiva un'occasione persa come tante altre, che per motivi simili anche se meno eclatanti, bruciano il talento dei singoli a discapito dell'intera collettività.

Perché, è inutile sottolinearlo, la polarizzazione dello sviluppo economico determina anche come e quali talenti verranno valorizzati e, soprattutto, utilizzati.

E' ovvio che questo discorso non vuole essere soltanto una vuota ed inutile recriminazione. Il mondo infatti è anche pieno di gente che svolge in maniera professionale il suo lavoro con impegno e dedizione. Non c'è bisogno soltanto di persone geniali e di talento ma anche di professionisti che abbracciano una carriera iniziandola dal basso e portando così, in tutti i campi non solo quello scientifico, un degno e valido contributo per l'intera collettività.
Del resto però è sempre più difficile vedere ad esempio un nuovo Einstein che da semplice impiegato dell'ufficio brevetti pubblica un articolo sulla Relatività che ha a dir poco rivoluzionato il mondo.

Il motivo di questo non è ovviamente solo il fatto che i talenti non vengono adeguatamente valorizzati. Nel mondo di oggi infatti, con la crescente complessità organizzativa che è stata raggiunta, il lavoro dei singoli ha perso di significato. In tutti i campi è solo un percorso di carriera precostituito che può portare qualcuno ad essere preso in considerazione. Ed un percorso di carriera lo si costruisce soltanto se si dispone delle opportunità giuste.

Oggi infatti  tutte le attività umane hanno perso quell'aspetto pionieristico che le contraddistingueva quando la tecnologia e l'organizzazione sociale non era così complessa e capillare e questo aspetto rallenta in maniera indicibile tutti i percorsi. Come del resto la maggiore complessità dell'organizzazione sociale, pur avendo i suoi lati positivi, ha di sicuro i suoi limiti proprio nel fatto che non è aperta a tutti. Senza dimenticare inoltre che , in passato, è stato invece proprio l'intuizione delle singole persone a condurre alle grandi scoperte ed alle grandi trasformazioni.

La scarsa attenzione che la nostra società pone nei confronti delle singole persone ed in particolare delle persone che abitano in determinate zone del nostro pianeta non è infatti il modo migliore per orientare la freccia del progresso. Che appare invece frenata proprio da questi aspetti che non fanno che altro mettere fuori gioco la gran parte della popolazione. Dove ci sono senza dubbio molte più risorse, soprattutto culturali ed umane, di quanto nessuno sia nemmeno in grado di immaginare.

 

 

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Il migliore dei mondi possibile

In tanti sono convinti e credono che una società tecnologica allunghi la vita. L’argomentazione più semplice che viene fornita a riguardo è proprio che soltanto cento anni fa si viveva molto meno di quanto non accada adesso. E che la durata della vita appunto si è allungata.
Che incredibile baggianata mi verrebbe da dire. Che statistica degna di essere cestinata subito, senza riguardo alcuno.
C’e’ stata un’età di mezzo, questo è vero, per cui molti nati all’inizio del secolo scorso sono riusciti ad arrivare ad un’età molto avanzata. Ma loro, per quante traversie hanno subito nel corso dell’ultimo secolo, compreso due guerre mondiali, non sono paragonabili a mio parere a tutti coloro che sono nati nella nuova epoca, quella degli anni 2000.
Che rappresentano forse la prima vera generazione di individui appartenenti ad una società tecnologica. (...)

Quanto vivranno queste persone ? Quanto potranno spingersi avanti con gli anni ?

L’età della pensione è stata allungata perché come si dice la durata della vita si è allungata. Ma chi ci crede probabilmente non sa nemmeno di cosa si parla. E che se l’età pensionabile è stata allungata, questo è stato fatto soltanto per mero calcolo economico, per risparmiare i soldi di uno stato sprecone che pur tartassando i cittadini di tasse non riesce a spiegare che fine hanno fatto tutti i loro contributi. E perché in definitiva non ci sono più risorse per pagare le pensioni.

Io non credo infatti che noi, figli del progresso, vivremo più a lungo dei nostri padri. Forse vivremo più a lungo degli antichi questo è anche probabile perché le malattie oggi riusciamo in parte a capirle ed a debellarle. Non tutte magari ma la maggior parte si. E non ci ammazziamo più così facilmente tra di noi. Almeno non così spesso come avveniva millenni di anni fa anche se taluni istinti violenti e bestiali pare sia davvero difficile dimenticarli.

Ma il progresso, vissuto senza la mentalità adatta, è ancor più deleterio dell’inciviltà.

Vivere in una società tecnologica pensando soltanto a sopraffare ancor di più l’altro è forse ancor più bestiale di quando una volta si viveva in mezzo ai campi. Lo stress, la corsa sfrenata al potere ed alla ricchezza, il superamento di qualunque barriera etica e morale in nome del proprio ego sono fattori che non allungano affatto la durata e soprattutto la qualità della vita.

Io non so se vivrò più a lungo di mio padre.

Spero soltanto di avere dentro di me la forza più grande. Che è quella di insegnare ai miei figli qual’e’ il modo e la maniera più giusta di vivere, nel rispetto di se stessi e nel rispetto degli altri.

Sembra una cosa di una banalità estrema, sconcertante. Ma è invece la cosa più difficile che possa esserci.

Perché se ognuno di noi la sapesse fare per davvero il mondo del futuro, tecnologico o meno che possa essere, non avrebbe bisogno più di alcuna rivoluzione o cambiamento. E diventerebbe di colpo migliore.

Diventerebbe infatti il migliore dei mondi possibile. Perché il mondo non dimentichiamolo mai è fatto dalle persone. Persone migliori daranno luogo ad un mondo migliore. Persone peggiori daranno luogo ad un mondo peggiore.  Per quanta tecnologia possa esserci.

Che rappresenta, di fronte all'uomo, un elemento davvero secondario e di scarsa importanza.

 

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Le risposte della scienza

Se esiste una domanda per la quale c’e’ una risposta è bene che sia la scienza a darla. Affermazione sacrosanta ma che contiene al suo interno un elemento logico fuorviante. Questa affermazione infatti lascia intendere che esistono anche domande per le quali non è possibile fornire delle risposte. E la scienza, sappiamo bene, ammette questo.
Alla domanda atavica che tutti si pongono e cioè perché c’e’ qualcosa, perché c’e’ un intero Universo piuttosto che niente, la scienza si tira indietro. Non risponde perché afferma che non è possibile rispondere.
Abbastanza comodo direbbe qualcuno. Ma si sa, come volgarmente si dice, gli scienziati sono spesso in errore e mai in dubbio. Sono, in altri termini, leggermente presuntuosi. (...)

Spesso si tira in ballo il caso. E’ soltanto il caso che orienta il nostro mondo. E questo, a livello subatomico, è innegabile. Pochi conoscono nei dettagli la meccanica quantistica ma tutti sanno che è una buona teoria. E’ una teoria dove le previsioni sono in accordo con l’osservazione e di conseguenza è una teoria scientifica accettata ormai da tutti. Ed a grandi linee la meccanica quantistica illustra proprio come le proprietà delle particelle subatomiche siano guidate dal caso e dalle probabilità. Per l’esattezza è il cosiddetto principio di indeterminazione che rappresenta il fondamento di tutta la teoria.

Ma quando il numero di atomi aumenta, l’aspetto probabilistico della teoria perde anch’esso di significato. Provate infatti a prendere diciamo duecento o trecento tavole di legno ed a lanciarle in aria assieme ad una manciata di chiodi aspettando che esse atterrino dando forma ad una casetta di legno sul tipo di quelle da giardino con tanto di tetto, porta e finestre. Esiste una probabilità che ciò avvenga, una sola, ma molto probabilmente se ripetete questa operazione, voi ed i vostri discendenti, per anche cinque miliardi di anni questa probabilità difficilmente potrà verificarsi.
Ed invece, in un tempo inferiore, su di un pianeta con le condizioni adatte, gli atomi si sono raggruppati in strutture sempre più ordinate fino a generare esseri pensanti che riescono a porsi domande su ciò che li ha generati e li contiene. Ovvero riescono a chiedersi “perché c’e’ un Universo piuttosto che niente”.

Io rispetto la scienza ed anche la meccanica quantistica. Guai se non ci fosse stata la scienza ad accompagnarci nel nostro cammino perché probabilmente saremmo ancora intenti a fare la danza della pioggia.
Detesto invece gli scienziati che bollano con il termine di “metafisica” tutto ciò che loro non riescono a spiegare o a capire. E magari quando qualcuno un domani lo capirà si rifiuteranno anche di ammetterlo perché il campo della ricerca, forse molti lo ignorano, è uno di quelli dove c’e’ maggiore competitività tra le persone. Se si pensa infatti che lo scienziato odierno è sul tipo di Einstein con i capelli al vento e lo sguardo dolce, perso nel vuoto, questa oggi è una favola. Un ricercatore sarebbe capace di tutto pur di fregare il collega che magari è più avanti di lui nei risultati.

Ed apprezzo chi invece sostiene che c’e’ un perché ed una risposta al fatto che esiste un Universo piuttosto che niente. Magari non sempre mi convince la sua spiegazione ma comunque lo ascolto. Lo ascolto attentamente ed alzo gli occhi al cielo.
Fu proprio Einstein che disse una volta “e’ difficile per un religioso essere uno scienziato ma non può un uomo di scienza non essere, a suo modo, religioso”.
Perché l’armonia che ci circonda è talmente grande che merita il più alto rispetto possibile. E saperla osservare e contemplare è già una forma, molto avanzata, di religiosità.

Perché dunque c’e’ un Universo piuttosto che niente ? Diciamo che ci sono gli uomini. Se loro non ci fossero nessuno potrebbe osservarlo l’Universo. E forse dunque la risposta sarebbe più facile del previsto, ovvero sarebbe scontato e sacrosanto che non c’e’ niente. Perché nessuno infatti sarebbe in grado di accorgersene.
 
 

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Crisi economica, istruzioni per l'uso...

Se metti tre persone su di un’isola deserta probabilmente all’inizio cercheranno di ammazzarsi tra di loro. Poi, dopo un poco, capiranno che per sopravvivere è meglio cooperare. Diciamo che alla fine si organizzano e cominciano ad inventarsi dei ruoli. Uno che ha un’idea buona per costruire qualcosa, di qualunque cosa si tratti non ha molta importanza, decide di fare l’imprenditore e, per forza di cose, non può che assumere gli altri due visto che ci sono solo loro.
In poche righe (è un record, mi rendo conto…) abbiamo dunque ripercorso tutte le tappe fondamentali della nostra civiltà: dalle popolazioni tribali che si ammazzavano per sopravvivere all’organizzazione sociale ed economica.
L’imprenditore paga uno stipendio agli altri due che così hanno soldi per comprare quanto viene prodotto e dare vita al ciclo economico. Ma cosa succede se l’imprenditore decide di non  pagare più lo stipendio a quelli che lavorano per lui ? (...)

Gli altri due si moriranno di fame, questo è certo. E prima o poi lasceranno l’imprenditore troppo furbo per mettersi a cercare il cibo da soli. Ma anche l’imprenditore non se la passerà meglio perché se nessuno può comprare quello che lui produce anche lui dovrà abbandonare la sua attività imprenditoriale e mettersi a cercare il cibo da solo. In breve praticamente avremo tre persone che saranno tutte imprenditori di loro stessi. E, molto probabilmente, torneranno ad ammazzarsi tra di loro.

Questa diciamo piccola “parabola” serve soltanto ad esplicare come in una società moderna dove tutte le attività sono settoriali e nessuno è più in grado di essere autosufficiente vivendo dei soli prodotti del suo piccolo orticello, la retribuzione del lavoro è una cosa fondamentale. Perché se non si paga chi lavora non si produce reddito e nessuno ha soldi per riacquistare tutto ciò che viene prodotto. Si torna in pratica alla schiavitù dove il lavoro umano non era retribuito e lo si otteneva con la forza e la costrizione. E la schiavitù in una società complessa come la nostra non ha più ragione di esistere proprio perché se chi lavora non viene retribuito tutto il ciclo dei consumi si ferma.

Oggi con la globalizzazione l’effetto principale è proprio questo ovvero c’e’ un progressivo abbassamento dei salari. Si produce dove la forza lavoro è più abbondante e dove costa meno. Peccato però che se poi il prodotto lo voglio rivendere in un territorio dove la gente non fa più figli e sono tutti disoccupati, l’effetto finale è quantomeno catastrofico. O in altri termini genera quella che appunto noi chiamiamo crisi. Ovvero un mondo dove la produttività cresce sempre ma il benessere si abbassa sempre di più. Perché il ciclo economico è stato spezzato, frantumato nella sua regola fondamentale.
Ma oltre alla globalizzazione si può fare ancora di più per affossare definitivamente il ciclo economico. Si può ad esempio rendere il lavoro precario in modo che nessuno avrà nemmeno più accesso al credito o quantomeno il credito stesso, se concesso con troppa facilità, scoppierà come una bolla di sapone. E così oltre alla crisi economica ci sarà anche quella finanziaria.

E, ciliegina finale sulla torta, ricordiamoci che stiamo vivendo comunque un’epoca di profonda trasformazione da economia industriale ad economia di servizi. Quasi come appunto all’inizio del secolo scorso ci fu la trasformazione da economia agricola ad economia industriale. Tutto questo basta dunque a generare la crisi, ad impoverire la gente.

Certo non è facile escogitare la soluzione geniale che metta tutto a posto con un colpo di bacchetta magica. E magari lo fosse visto che appunto non siamo soltanto tre persone su di un’isola deserta ma qualche miliardo di individui.

Però qualcosa nel nostro piccolo lo si può fare.

Si può ad esempio ridurre la precarietà, non a parole ma con i fatti. Ovvero eliminare quelle leggi assurde che non hanno portato a nulla visto che le imprese comunque delocalizzano lo stesso se gli conviene e quelle che decidono di investire sul nostro territorio se utilizzano solo lavoro precario ben poco portano allo scopo finale di garantire una più giusta ed equa redistribuzione del reddito.

Ma si sa ognuno continua a guardare nel suo piccolo orto. E se un ministro prende uno stipendio che è 10 volte maggiore di quello di un operaio cosa vuoi che gli importi della crisi ? Il ministro infatti la crisi la sente poco. L’operaio o il precario invece la sente di più. Ma l’operaio ed il precario hanno sempre in tasca l’arma del voto. Ed il ministro potrebbero sempre mandarlo a casa o renderlo un disoccupato. E chissà che allora, se anche i ministri cominceranno ad essere disoccupati e precari, magari si daranno un mossa e forse qualche cosa di concreto cominceranno a farla.

E se non cominceranno loro ricordiamoci infine che la politica, come è scritto nella Costituzione, possiamo farla anche noi in prima persona. Evitando di farci guidare da chi fino ad oggi ha sempre mostrato di pensare molto ai fatti suoi e ben poco ai fatti della gente.

Ecco dunque le istruzioni migliori per sfruttare al meglio la crisi economica che stiamo attraversando. Crisi vuol dire anche cambiamento ?
Ed allora cambiamo una volta per tutte questa classe dirigente che della crisi in parte ne è stata responsabile. Voltiamo finalmente pagina e guardiamo soltanto avanti. Mandiamo a casa e rendiamo precari, con l'arma del voto, chi ha voluto che fossimo tutti quanti precari. Cancelliamo una volta per tutte quei partiti, siano essi di destra di sinistra o di centro, che continuano a mangiare a sbafo sulle nostre spalle.

Ed avremo già fatto, in questo modo, un piccolo ma significativo passo in avanti per superare la crisi.
 

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Euro, ma chi decide ?

Se un economista sente dire che la BCE, la Banca Centrale Europea, è privata vi dirà subito che è una grandissima sciocchezza. Dall’alto del suo piedistallo vi osserverà con forte distacco e reciterà a memoria che “il capitale della BCE appartiene alle Banche Nazionali di ogni Stato che fa parte dell’Unione Europea”. Perché così è scritto nei trattati e negli accordi internazionali.
Ma di chi sono le Banche Nazionali come ad esempio la Banca d’Italia ?
Su wikipedia si legge che la Banca d’Italia è un Istituto di Diritto Pubblico e che quindi è pubblica. E wikipedia si sa è abbastanza affidabile. Ma si legge anche che il capitale della Banca d’Italia è detenuto per il 94% da Banche private, enti finanziari privati e società di assicurazione sempre private. Solo il rimanente 6% del capitale è dello Stato. E questo perché le banche nazionali sono tali solo nel nome ma, di fatto, sono enti pubblici a capitale privato.
Quindi se si dice che la BCE è privata non si è poi così lontani dalla realtà. (...)

La valuta unica europea, l’euro, che è in pratica l’unico esempio di moneta condivisa da stati con differenti ordinamenti giuridici, segue quindi le sorti dei capitali privati. E le sue regole vengono dettate da interessi “privati”.
L’euro fa comodo in particolar modo all’aspetto finanziario del sistema economico. Questo perché, ed è facile intuirlo, una valuta forte e stabile, non soggetta a fluttuazioni come potrebbero esserlo le valute nazionali, è il mezzo più adatto per gli investimenti finanziari.

Nulla in contrario al fatto che esista anche l’aspetto finanziario. Che possa piacere o meno questo è uno degli aspetti preponderanti dell’economia odierna. Anche se ovviamente si potrebbe obiettare che immettere tutti gli utili del processo produttivo solo nella finanza sottrae liquidità al circuito economico e non genera nuovi investimenti. E senza investimenti, è un dato di fatto, non c’e’ crescita, non c’e’ occupazione e non c’e’ reddito. Non c’e’ in altri termini benessere per le famiglie e per i lavoratori.

Ma la finanza ha anche i suoi aspetti positivi e non bisogna tralasciarlo. Come anche l’euro, in una economia globalizzata, ha i suoi aspetti positivi.

Ultimamente però chi vuole l’euro e si ostina fortemente a diffondere l’idea che l’uscita dall’euro non è praticabile così come non è praticabile una nuova negoziazione dei trattati e degli accordi stipulati a suo tempo, non sono le persone. Sono soltanto i grossi finanzieri che controllano le leve di comando degli organismi monetari internazionali. Per il motivo appunto che il collasso dell’euro colpirebbe per prima cosa i loro interessi. Poi di riflesso anche i nostri ma di sicuro chi per prima ne subirebbe le conseguenze sono proprio i grossi centri del potere finanziario. Che, è inutile continuare a negarlo, sono privati.

Io non sono contro l’euro e come me probabilmente molti altri. Però trovo sia un forte controsenso ostinarsi a non cambiare le regole, a non rivedere i meccanismi che ne determinano il suo andamento. E questo, si sa, è uno dei compiti della politica. Anche perché di un qualcosa che anziché migliorare le nostre condizioni di vita le peggiora non credo che ve ne sia poi molto bisogno.  E trovo anche molto surrealista dire che l’uscita di un Paese dall’euro sarebbe una catastrofe. Come se non fosse già una catastrofe che la gente comune, anche se il suo paese resta nell'euro, perde comunque il proprio lavoro e la propria casa perché non riesce a pagare il mutuo...
Cosa potrebbe interessargli infatti se si esce o meno dall’euro ? 
In pratica è proprio per questi motivi che una nuova classe politica dovrebbe davvero essere competente, abile ed attenta sia ai problemi nazionali che internazionali e cercare di risolverli nel miglior modo possibile.

Pura utopia ? Si, ascoltando le parole "vuote" dei politici forse oggi è davvero pura utopia. E mi convinco sempre di più che la gente comune, se fosse davvero ascoltata, saprebbe governare meglio dei politici di professione.

Qualcuno ha detto che chi sa tutto è sempre quello che non può prendere le decisioni come quando dentro ad un bar tutti sanno di calcio senza che nessuno sia l’allenatore designato della nazionale. Chi lo ha detto lo diceva ovviamente con ironia e sarcasmo sottolineando il fatto che tutti vorrebbero sempre farsi maestri. E forse pensando che è sin troppo facile criticare soltanto.

Ma se vedo i risultati conseguiti sul campo da chi aveva ed ha tuttora in mano le leve del potere decisionale, penso davvero che era meglio far decidere ad altri. E non ci trovo nessuna ironia e nessun sarcasmo da fare per affermare che questo non è vero. La gente comune infatti ha mostrato molto più buon senso e ragionevolezza dell'intera classe dirigente che si riproponeva di rappresentarla. E penso anche, con estrema tristezza, che ai posti di comando si sono insediate persone inutili ed incompetenti che nessuno di noi avrebbe mai voluto. Persone che non avevano e non hanno alcun merito o capacità per poter prendere delle decisioni.

Ed è una cosa davvero molto triste sulla quale ognuno di noi dovrebbe riflettere a lungo.

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Idee buone, idee meno buone...

Se qualcuno ha un’idea, un’idea che ritiene possa essere buona non soltanto per se ma anche e soprattutto per gli altri, la cosa che più vorrebbe fare è sicuramente quella di esprimerla. E proverebbe una gioia infinita nel veder correre questa sua idea, nel divulgarla a chiunque.
Poi ovviamente se anche dopo averla divulgata nessuno la condividerà è più che normale riflettere, essere consapevoli che ciò che si pensa non è detto che debba anche essere ciò che è più giusto.
Ma è fuor di dubbio che non ci sarà mai il rimpianto di non essere stati presi in considerazione. Magari ci si potrà sentire incompresi, delusi ma non ignorati. (...)

E’ difficile al giorno d’oggi farsi prendere in considerazione. Come del resto era ancor più difficile in passato.

Il più delle volte è un percorso di carriera, in qualunque campo, che ti porta ad avere quell’autorevolezza per poter esprimere ciò che pensi. Qualcuno potrebbe pensare che è proprio il fatto di essersi distinti in un campo a stabilire che le proprie idee sono delle buone idee e meritano di essere ascoltate da tutti. Ma non sempre è così. Lo sarebbe se ai vertici di ogni settore professionale, qualunque esso sia, ci arrivassero davvero i più meritevoli ed i più capaci. Ed invece in un mondo che funziona a dir poco come la Formula 1 questo quasi mai è vero.

Le corse automobilistiche infatti funzionano a volte proprio come la vita. Si parte da una posizione ed in base alla posizione da cui si è partiti si arriverà al traguardo senza troppi sorpassi o colpi di scena. Solo colpi di fortuna imprevedibili potranno far si che anche chi era relegato nelle ultime posizioni riesca a guadagnare terreno ma se tutto procede normalmente, chi è partito per primo arriverà primo e chi è partito per ultimo arriverà per ultimo.
Senza dimenticare che in Formula 1 l’ordine di partenza viene stabilito dai giri a cronometro di qualificazione dove tutti hanno, in teoria, le stesse opportunità. I giri di qualificazione della vita hanno invece opportunità molto diverse tra di loro ed a volte è anche superfluo compierli. Perché è già stabilito all’inizio chi otterrà la pole position ed è già stabilito che le macchine su cui si corre non saranno affatto tutte uguali.

Quindi se non hai ottenuto l’autorevolezza per poter esprimere le tue idee, giuste o sbagliate che siano, sarà molto difficile farsi ascoltare.  A meno che ovviamente non ci si metta la fortuna a darti una mano.

Eppure può essere di grande consolazione un fattore che a volte molti dimenticano.

Ma le idee, se sono davvero buone idee, a chi appartengono ? Appartengono a noi che le pensiamo, che le formuliamo oppure esse sono già lì, davanti a noi ed intorno a noi ?

Un compositore disse una volta che lui i suoi pezzi non li inventava, non li tirava fuori dal nulla. Quelle melodie erano già  lì, sempre presenti e lui non faceva altro che accorgersene. E per le idee forse è la stessa identica cosa. Se un’idea è una buona idea per quanto pensiamo di essere stati noi a formularla essa probabilmente era già lì, sempre presente.

Ed allora non è necessario essere persone autorevoli che si sono sapute distinguere nel proprio campo per avere l’opportunità di promulgarle.  Le idee, le buone idee, correranno da sole. Voleranno in alto, sempre più in alto fino a quando tutti non se ne accorgeranno.
E la nostra voce non avrà più bisogno di rompere alcun silenzio. La nostra persona non avrà più bisogno di nessuna scalata alle vette del prestigio sociale per poter sperare di essere presi in considerazione.

Un’idea, una buona idea, non ha bisogno di tutto questo per intraprendere il suo cammino.

Può benissimo viaggiare anche da sola.

 

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La stagione precaria

Si affrontano spesso grandi temi, lungimiranti programmi sostenuti da profonde analisi ed altrettanto dettagliate ricerche. Si è detto ad esempio che è l’intero modello occidentale ad essere in crisi, a doversi confrontare con la nuova realtà della globalizzazione che supera di fatto la sovranità dei singoli stati nei suoi effetti ma che non è non supportata ancora da regole globali. E’ appunto una globalizzazione che racchiude tutto nel termine “globale” escluso le regole che sono quanto di più provinciale e meno globalizzato possa esserci. (...)

Si è detto poi che la finanza non produce reddito ed occupazione ma soltanto effimeri castelli di carta che crollano al primo soffio di vento bruciando però non i soldi finti ed effimeri ma quelli veri guadagnati dagli ignari risparmiatori che li avevano investiti.
E si è detto infine che se un Paese ha un debito pubblico elevato tutte le sue politiche sono condizionate da questo fattore, elemento imprescindibile di ogni programma politico e giustificazione sempre valida per promulgare provvedimenti legislativi che bruciano i diritti acquisiti dei cittadini. Quasi allo stesso modo di come la speculazione finanziaria brucia invece i loro risparmi.

Si richiedono allora, a gran voce, misure sulla crescita. Lo richiedono ad esempio gli imprenditori e le loro associazioni di categoria. Ma che ci siano o meno misure per incentivare lo sviluppo economico ci sono invece dati statistici inoppugnabili che testimoniano come la crescita economica non produca nuova occupazione. Sia ben chiaro, la crescita economica è un fattore rilevante, assolutamente necessario per la competizione sui mercati. Ma nulla toglie e nulla mette al benessere della collettività lasciando inalterato lo stato delle cose e generando più ampi ed insanabili divari sociali.

Ma l’unico tema che non viene mai toccato, da nessun partito politico, sia esso di destra o di sinistra o anche di centro, è quello del lavoro.

Non occorrerebbe una legge chissà quanto complicata, un provvedimento che necessita di profonda attenzione al tema del modello occidentale in crisi o al mondo incontrollato della finanza. E non occorrerebbe chissà quale studio di settore o complicato raffronto con le strutture della gloablizzazione.
Occorrerebbe soltanto far si che se un’azienda assume con la flessibilità lavorativa lo fa perché ne ha realmente bisogno, perché non può farne a meno. E non perché gli si presentano davanti le due opportunità ovvero lavoro a tempo indeterminato ipertutelato e garantito quasi a vita sotto tutti gli aspetti e lavoro invece precario. Chiunque, anche il più stupido degli imprenditori, sceglierà sempre la seconda e più conveniente soluzione.

Ma questi imprenditori “illuminati” che pensano di produrre senza pagare il lavoro degli altri diventeranno anche loro ben presto lavoratori precari. Perché se il lavoro non viene più retribuito nessuno può comprare ciò che viene prodotto e quindi le aziende chiudono. Non per il debito pubblico, la crisi mondiale o altre amenità del genere. Semplicemente perché oggi su 100 lavoratori assunti 85 vengono assunti con contratti precari. E quei 15 assunti regolarmente sono figli e parenti dei politici che hanno contribuito a creare questa ignobile situazione senza alcun precedente.

Che le dica il sindacato queste cose è pura illusione. Il sindacato oggi serve solo a pagare gli stipendi dei sindacalisti. Che le dica la sinistra è altrettanto pura illusione. La sinistra italiana non difende più i diritti sociali ma quelli etici e morali. E’ in pratica una succursale della chiesa cattolica e, a dire il vero, i diritti delle anime li tutelava meglio la chiesa. Il conforto morale infatti è più auspicabile quando si prega che non quando si va ogni mattina a lavorare.

Un nuovo governo ? Un nuovo leader ? Una nuova coalizione ? La lotta all’evasione fiscale come panacea di tutti i mali ? Arrestare tutti i corrotti ? Sconfiggere la criminalità organizzata ?

Basterebbe pochissimo all’Italia per tornare a testa alta. Basterebbe soltanto ridare dignità al lavoro esattamente come scritto nella nostra Costituzione. Basterebbe regolamentare il lavoro a progetto. Ma che, per carità, non sia dato il compito di farlo a chi nel passato si è già occupato di farlo, sia esso di destra o di sinistra. E’ gia sufficiente infatti il danno che è stato prodotto.
 

 

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Lottizzazione e corruzione

La lotta all’evasione fiscale viene vista oggi come una della principali cause di tutti i mali nostrani. Beninteso, non che questo sia sbagliato. Ma davvero l’evasione fiscale è la principale responsabile del disavanzo dei nostri conti pubblici ?
Qualcuno dimentica forse due elementi fondamentali, strettamente connessi tra loro: la lottizzazione politica e la corruzione.(...)

Il funzionamento di uno Stato democratico è abbastanza semplice. Da un lato ci sono le entrate ovvero le tasse che devono pagare i cittadini mentre dall’altro le uscite cioè la spesa pubblica ed i servizi. Poi se si scende nel dettaglio si possono aggiungere ed approfondire tutti gli argomenti che si vuole. Si può essere d’accordo o meno sul maggiore intervento dello Stato nell’economia, sulla possibilità di lasciare invece tutto alla libera iniziativa dei privati e delle imprese per cui sarà il mercato a determinare quali investimenti sono richiesti e così via. Ma il fondamento resta sempre e comunque uno: tassazione da un lato e spesa pubblica dall’altro.

E questo meccanismo, complesso e delicato, può essere facilmente inceppato da molti  fattori. Uno su tutti, determinante, sono appunto gli sprechi. Sia che la tassazione sia ridotta al minimo per consentire la libera iniziativa del mercato o che al contrario la pressione fiscale sia più elevata per far si che sia lo Stato a determinare e ad incentivare lo sviluppo economico, quando in questo meccanismo parte del flusso economico viene sprecato allora i conti non tornano.

Per fare un esempio si può pensare alle automobili. Quando ci si mette la benzina dentro si può prevedere, in base al tipo di motore ed alla cilindrata, quanti chilometri si percorreranno. Se però questa benzina evapora o qualcuno se ne prende una parte di nascosto, senza dirci niente, i chilometri percorsi saranno molto meno di quelli previsti.

La lottizzazione politica, la spartizione del potere su nomina politica determina appunto il più grande spreco che si possa immaginare. Lottizzazione vuol dire infatti assegnare i posti di comando in base ad un criterio che non è solo quello della competenza o del merito ma secondo il principio dell’affidabilità. Se una persona è affidabile politicamente, ovvero appartiene alla stessa corrente politica che ha nelle sue mani il potere di nomina, la sua appartenenza politica ha la prevalenza su tutti gli altri fattori. E questo genera un meccanismo di affiliazione della classe dirigente al potere politico che costituisce l’antitesi dell’efficienza. Non vi è più infatti la necessaria separazione tra dirigenza tecnica e dirigenza politica ma i due aspetti sono indissolubilmente legati tra loro.
Ed un legame, come è ben noto, richiede un continuo scambio di favori che travalicano il criterio della buona organizzazione e dell’efficienza. Lo scambio di favori è in pratica il primo passo verso la corruzione che, in un terreno fertile, prolifera a dismisura.
E’ assurdo infatti che la nomina politica debba intervenire su tutto, dai direttori delle ASL alle Fondazioni Bancarie. Significa infatti che lo Stato è presente nell’economia a tutti i livelli perché ne determina la classe dirigente, chi dovrà stilare le linee di sviluppo. Se un sindaco ha il potere di nominare gli appartenenti ad una fondazione bancaria che controlla un grosso gruppo bancario la piramide si conclude con il fatto che ai vertici di quella banca ci sarà una persona della stessa corrente politica a cui appartiene quel sindaco. E chi prenderà il posto di lavoro in quella banca ci entrerà forse anche per meriti suoi ma dovrà comunque essere riconoscente alla forza politica che ha la maggioranza nella fondazione. Perché se questa maggioranza cambia lui il posto lo perde.

In conclusione, gli sprechi sono la cosa più grave perché significa che un'organizzazione non è efficiente. La corruzione è il più grande spreco che possa esistere specialmente se viene autorizzata, in maniera diretta ed involontaria, dalle stesse regole del gioco.

Far pagare le tasse a tutti ? Si, sono d’accordo. Ma prima facciamo in modo che ai posti giusti ci siano le persone giuste. E non solo quelle che più fanno comodo.

 

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Il web 2.0

Dire Web 2.0 puo’ significare tutto e niente. In generale si intende uno stato di avanzamento e di sviluppo delle pagine di internet successivo alla prima fase che era appunto quella del Web 1.0 caratterizzata prevalentemente da siti statici.
Nel Web 2.0 chi la fa da padrone e’ invece l’interattivita’ ovvero tutti quei siti i cui contenuti sono redatti in maggior parte dagli utenti. Ad esempio i social network, i forum tematici, i gruppi di discussione e cosi’ via. Ma anche i siti di annunci che tendono a diventare delle vere e proprie community interattive possono rientrare in questa categoria.(...)

Ma Web 2.0 e’ anche sinonimo di una nuova veste grafica dei siti dove alla struttura classica utilizzata per costruire i siti, derivata in parte da un taglio di tipo giornalistico, si e’ sostituito invece un formato molto piu’ attraente ed accattivante. In pratica l’adattamento grafico di alcuni siti che prima erano soltanto commerciali e di immagine si e’ esteso anche ai siti che accentrano tutta la loro attenzione sui contenuti. Ed oggi le differenze grafiche tra un social network ed un sito di e-commerce sono divenute quindi molto meno evidenti da un punto di vista estetico senza tralasciare nemmeno la forte presenza di filmati e di video che dal successo di YouTube in poi hanno letteralmente trasformato le pagine web.
Il merito della diffusione del formato video nel web e’ sicuramente da attribuire alle applicazioni in Flash. Anche i video di YouTube utilizzano infatti il formato FLV derivato da Flash che grazie alla sua portabilita’ e’ diventato uno standard molto apprezzato da tutti i webmaster. Ed inoltre l’utilizzo di Flash permette di avere introduzioni animate ed immagini grafiche in movimento di qualita’ quasi televisiva rendendo quindi il web sempre piu’ immediato ed alla portata di tutti.

Ci si chiede allora dove potrebbe portare il Web 2.0 con la sua trasformazione repentina di tutti gli standard.

Sicuramente a nuove opportunita’ di guadagno e questo e’ sicuramente un dato di fatto. I siti di commercio elettronico infatti hanno ormai vinto quella diffidenza iniziale dove il consumatore, non avendo la possibilita’ di toccare con mano la merce, era decisamente meno propenso a fare acquisti via web. Con la paura incessante che inoltre la merce non gli veniva consegnata o che, nel peggiore dei casi, gli clonavano la carta di credito. Ma la carta di credito, e questo finalmente molti utenti l’hanno capito, ci sono piu’ possibilita’ che te la duplichino dal benzinaio quando vai a fare benzina o in un qualunque altro esercizio commerciale.
E’ ovvio che le truffe su internet esistono ancora ma sono ormai riconoscibilissime ed in percentuale c’e’ la stessa probabilita’ che ti truffino in un qualunque negozio nel quale entri di persona piuttosto che in un conosciuto ed affidabile canale di e-shop sul quale spendono tanti altri utenti.

Ma il guadagno non e’ la sola opportunita’ del Web. C’e’ anche la possibilta’ di utilizzare strumenti che prima erano appannaggio solo di pochi. E la diffusione del Web 2.0 rendera’ sempre piu’ internet alla portata di tutti cosa questa che di sicuro deve essere considerata come uno dei piu’ grandi vantaggi che la tecnologia informatica e’ stata in grado di offrirci.

Ed e’ per questo motivo dunque che essere presenti sul Web 2.0 e’, per noi tutti, davvero la piu’ grande opportunita’ di cui possiamo disporre.

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